L’esame conclusivo

Written by Don Luciano on . Posted in La Traccia

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Se tu fossi uno studente e per caso tu venissi a conoscere le domande dell’esame conclusivo dell’anno scolastico, ti ri­terresti ben fortunato e studieresti a fondo le risposte. La vita è una prova e alla fine anch’essa ha da superare un esame: ma l’infinito amore di Dio ha già detto all’uomo quali saranno le domande: «Avevo fame e mi desti da man­giare, avevo sete e mi desti da bere». Le opere di misericordia saranno materia d’esame, quelle opere nelle quali Dio vede se lo si è amato veramente, avendolo servito nel fratello. E noi facciamo la volontà di Gesù e mettiamo in pratica il Vangelo, se trasformiamo la nostra vita in una continua opera di misericordia. In fondo non è difficile e non muta molto di quello che già stiamo facendo. Si tratta di trasporta­re ogni rapporto col prossimo in un piano soprannaturale. Qualunque sia la nostra vocazione: di padri o di madri, di contadini o di impiegati, di deputati o di capi di Stato, di studenti o di operai, durante il giorno c’è di continuo l’occa­sione diretta o indiretta di dar da mangiare agli affamati, di istruire gli ignoranti, di sopportare le persone moleste, di con­sigliare i dubbiosi, di pregare per i vivi e per i morti.

Una nuova intenzione a ogni nostra mossa in favore del prossimo, chiunque esso sia, ed ogni giorno della vita servirà per prepararci al giorno eterno, accumulando beni che il tarlo non corrode.

Il mistero del tempo

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…E comporre un poema calmo e sereno: ove tutte le pa­role grondino di luce. Parlare dolcemente d’amore. Amore, riposo dell’anima mia; pace e quiete dei sensi; ove la mente risplende come lago al sole. E Dio si inabissi nel fondo turchi­no delle acque: Dio che ti inonda, felice di sparire nella luce mentale, e tu perduto in Dio. È l’ora della contemplazione, fratelli: l’ora di amare Dio con tutta la mente. Amarlo nella ricerca del mistero che sta sotto le apparenze delle cose, di tutte le cose. Non è mistero l’occhio di un bimbo? Non sono mistero le tue mani? La parola che dici? Non è mistero la luce che si posa sul ciliegio, all’alba, quando la rugiada fa della terra un infinito manto di perle? Non è mistero la luce obliqua del tramonto quando i raggi feriscono la siepe come spade, e poi si distendono sul mare, tagliando l’orizzonte e insanguinando tutta la terra di luce?

Non è mistero il canto degli uccelli a sera, quel loro cin­guettare infinito sul cipresso, sopra le tombe? E ancora, non sono mistero le ombre che si mettono in via, e la notte che sta per avvolgere le case? E tu che finalmente rientri nel silenzio della tua cella e canti. Ma canti in silenzio. Quest’ora di lode della sera, e poi la compieta; e poi la notte; l’ultimo naufragio nel mistero. E il silenzio.

E tu a bisbigliare i desideri dei poveri, degli uomini soli, degli abbandonati, dei carcerati, degli operai che montano per il loro turno di lavoro. Tu a bisbigliare il loro nome, i nomi degli amici, in silenzio: davanti al tuo silenzio, o Dio; davanti al silenzio di un tabernacolo. Dove appena le mani – queste mani vuote — sono illuminate dal baluginio della lampada. E non sei per nulla scoraggiato, nonostante queste tue mani sempre vuote. E non sei impaurito dai rumori dei tarli delle vecchie panche; rumori che più senti dentro, quasi segno che la morte è già dentro, al suo lavoro. Non scoraggiato, non impaurito: sicuro che Lui non aspetta che quest’ora per riempirti di nuovo il cuore della sua grazia, di quanto hai donato nel giorno alle molte mani tese incontrate per la strada. Lui attende soprattutto quest’ora per riempirti la mente di dolci pensieri, e il cuore dei suoi tesori. È l’ora della misericordia; l’ora in cui Egli, di nascosto, rinnova tutte le cose; e prepara un giorno nuovo, un altro giorno, con altra luce, con altro sole; con altre foglie sugli alberi, con altri fiori nel giardino. E ti dona una nuova speranza; e ti mette in grembo la sua misura scossa, pigiata, colma di gioia.

 

Spighe vuote

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«Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». (Mt 21, 32)

 In un campo di grano, quasi tutte le spighe sta­vano curve verso terra. Solo alcune avevano lo stelo ben dritto e fissavano con superbia il cielo Si dicevano l’un l’altra:« Noi siamo le migliori! Non viviamo piegando lo stelo come le altre. Noi dominiamo gli eventi e le situazioni!»Ma il vento che conosce la vita meglio di tutti, sussurrò:  «Stanno ben dritte, certo… perché sono vuote!» Pochi proverbi sono così indovinati come questo: “Aria d’importanza diploma d’ignoranza!”.