Dio, un mendicante

Written by Don Luciano on . Posted in La Traccia

Dio, un mendicante. Gira con fare circospetto e due occhi timidi tra le nostre case, siede infreddolito all’angolo della strada, raccoglie tra le mani, come fossero una ciotola, l’acqua che sgorga tra le rocce che da sempre si scagliano, come sentinelle, a guardia del villaggio. Bussa alle nostre porte, si accontenta di poco, racimola alcuni tozzi di pane. Mangia sui gradini di quella casa semi diroccata, dorme sotto le stelle, e quando piove, sotto le volte dei vicoli o nei fienili abbandonati. Dio, un forestiero. Parla un linguaggio che non conosciamo, indossa strani abiti, ci vende cianfrusaglie che costano pochi spiccioli. Un accendino, un pettine, un paio di occhiali. Poi si carica sulle spalle una grossa e pesante borsa e riprende il suo viaggio, verso un paese lontano, inghiottito dal nulla, un destino avvolto nella precaria quotidianità fatta di stenti. Dio, un bambino. Il volto scarno, il ventre gonfio. Entra nelle nostre case tra le mille immagini che la televisione ci propina ogni giorno. Non fa notizia, quasi sempre appare nei programmi che vanno in onda quando tutti dormono. Non deve e non può disturbarci.   Dio, un malato. Inchiodato sul letto, tanto simile ai legni della croce, con lo sguardo velato dal tramonto dei giorni terreni, tra i gemiti che la sofferenza strappa da una gola riarsa dalla febbre. Dio, il mio prossimo. Passaporto per l’eternità, dolce presenza che indica la strada verso un regno senza fine.

Don Luciano

 

 

 

Il Dio della fede

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Sono certo che Dio ha scoperto me, ma non sono certo se io ho scoperto Dio. La fede è un dono, ma è nello stesso tempo una conquista. DAVID M. TUROLDO

 È di Dio e della fede che ora vorremmo parlare, consapevoli di riuscire solo a balbettare qualche parola come accade tutte le volte che ci si accosta al mistero, alla sua luce e al suo infinito. Ci siamo af­fidati a una considerazione di padre David M. Turoldo che punta di­ritto al cuore della fede e ai suoi due volti, dono e conquista. È, infatti, Dio che si muove per primo, anticipando la ricerca della sua creatura, tant’è vero che san Paolo citava una frase isaiana emblematica in cui il Signore affermava: «Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, ho risposto anche a quelli che non mi invocavano» (Romani 10,20). Come dice Turoldo, è Dio che scopre noi, mettendosi sulle nostre strade, parandosi innanzi mentre stiamo vagando verso falsi miti o il­lusioni o distrazioni. Ma la sua epifania — tranne in pochi casi (pensia­mo appunto a Paolo e alla sua «via di Damasco») — non è sfolgorante e accecante, non costringe la nostra libertà a un assenso forzato e obbligato. Esige un’adesione personale, libera, anche faticosa. I nostri occhi devono aprirsi perché noi vogliamo vedere. Come ricordava Dostoevskij, Cristo non è sceso dalla croce, come gli chiedeva la folla, perché «egli aveva sete di una fede libera, fiorita dal cuore e dalla volontà e non fondata su un prodigio». Il filosofo Seren Kierkegaard nella sua opera Timore e tremore (1843) osservava che «la fede è la più alta passione dell’uomo. Ci sono molti uomini che non arrivano fino ad essa, ma nessuno va oltre».

 Gianfranco Ravasi

 

Solo servi, cioè padroni

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Siamo solo dei servi. Ma per il cristiano il servizio non è un disonore, una frustrazione, un fallimento  esistenziale. Il servizio ci qualifica, ci rende sale  e luce del mondo. Siamo solo dei servi, cioè degli amministratori. E’ una presa d’atto, un modo di porsi nei confronti dei beni che ci vengono affidati. Nulla ci appartiene, ma nello stesso tempo tutto passa nelle nostre mani, scorre e se ne và.  Le mani del servo devono essere pulite non appiccicaticce. Guai se i beni si fermano, si incollano, diventano possesso. I beni sono necessari ma non ci appartengono. Quando la roba si ferma, si ammassa, diventa deposito, cambiano le nostre sembianze, il grembiule si trasforma in catena, il servo in schiavo.  Siamo solo servi e quando arriva il padrone bisogna rimboccarci le maniche. E ogni povero diventa padrone nella casa del cristiano, ogni porta si deve aprire quando il Cristo, ricoperto di cenci, bussa. Misterioso scambio. Nel Regno di Dio tutti sono servi e nello stesso tempo padroni.  Perché tutti siamo chiamati al dono ma nello stesso tempo, quando i veli della sofferenza ci avvolgono, diventiamo poveri, cioè padroni.  Cambiano le sembianze, i ruoli si invertono ma l’Amore rimane.

don Luciano